
Dopo aver scelto istintivamente, senza troppo riflettere, come argomento per la mia tesi “Yoga ed esicasmo”, ho trovato singolare che la tesi da me svolta al termine della precedente scuola di formazione, la SIYR della maestra Gabriella Cella, avesse come tema “Yoga e deserto”.
Nei miei numerosi viaggi nel deserto del Sahara marocchino, infatti, avevo riscontrato varie affinità tra la pratica dello yoga e l’esperienza del deserto: il silenzio esteriore e quello interiore, l’immobilità del paesaggio, il rapporto con lo spazio infinito, il cielo e la terra che si toccano, il sentirsi piccoli nell’immensità e, allo stesso tempo, sempre al centro dello spazio.
E ancora: l’affidarsi alle proprie guide, la semplicità e la veridicità delle relazioni, la frugalità, il continuo mutare del paesaggio lungo il cammino.
La singolarità di questa scelta risiede in una coincidenza che inizialmente non avevo colto — forse quella che Jung definirebbe sincronicità. Anche l’esicasmo, la forma di meditazione cristiana, ha infatti le sue origini nel deserto: nel deserto del Sinai. Fu proprio lì che i monaci, in quello spazio arido e silenzioso, poco accogliente per gli esseri umani, si rivolsero verso il loro interno e svilupparono le prime forme di meditazione nell’ambito della religione cristiana.